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Nanga, il trailer del film di Messner

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immagineMONACO, Germania -- E' stato presentato lo scorso lunedì a Monaco "Nanga Parbat", il film del regista Joseph Vilsmaier che racconta la spedizione del 1970 dei fratelli Messner. Cento minuti per ricostruire la versione di Reinhold su quella scalata che portò alla storica prima salita del versante Rupal e si concluse con una delle peggiori tragedie della storia della montagna: la morte del fratello Günther. Ecco il trailer originale del film.


Alla premiere di Monaco di lunedì 11 gennaio del tanto atteso film di Messner c'erano l'alpinista di Funes, che nel lungometraggio ha svolto il ruolo di consulente, il regista tedesco Joseph Vilsmaier e gli attori protagonisti. Florian Stetter ha vestito i panni di Reinhold, mentre il fratello Günther è stato interpretato da Volker Bruch.

Il film di Vilsmaier uscirà oggi nei cinema della Germania e domani in quegli austriaci. Poi arriverà nel nostro paese, ma sempre in lingua tedesca, il 22 gennaio, mentre la prima italiana si terrà domenica 17 a Bolzano. Infine il 4 febbraio sbarcherà anche in Svizzera.

Le ultime riprese di "Nanga Parbat" risalgono a luglio 2009: oltre a quelle girate sulla "montagna nuda" (significato del nome Nanga Parbat in lingua Urdu), le altre sono state realizzate sulle Alpi austriache e sul massiccio dell'Ortles.

Il film ha avuto un budget di 7 milioni di euro, finanziati per lo più dai due maggiori sponsor, BMW e Salewa. Quest’ultima ha ricostruito le tende e i materiali usati quarant’anni fa dai fratelli Messner. 




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Anno delle Biodiversità e degli eco-guai

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BERGAMO -- Il 2010 sarà l'Anno Internazionale della Biodiversità. L'annuncio e il lancio dell'iniziativa è stato dato dall'Onu a Berlino nei giorni scorsi. E' il sintomo di un'accresciuta sensibilità ambientale, ma sul tavolo restano problemi molto concreti ancora da risolvere. 

Attraverso questa iniziativa, le Nazioni Unite intendono chiamare i Paesi membri a un'azione puntale per arrestare la quotidiana perdita di biodiversità, passando dagli impegni assunti sulla carta ad interventi concreti. Sì perchè nonostante i proclami e le buone intenzioni, gli studi indicano che le biodiversità, ovvero le diverse varietà di piante e animali, vanno pian piano assottigliandosi.
 
Un fenomeno che si riscontra anche nel nostro paese che - per inciso - è il più ricco di biodiversità in Europa e sta facendo molto per la conservazione delle sue peculiarità di flora e fauna. Se dal punto di vista istituzionale l'Italia è fra i primi posti in assoluto nella tutela dell'ambiente - anche se non abbiamo ancora firmato la Convenzione internazionale sulle biodiversità, siamo stati il primo Stato membro dell'Unione Europea che ha sottoscritto il "Countdown 2010", deciso a Malahide (Irlanda) nel 2004, e promosso la Carta di Siracusa nell'aprile 2009, nell'ambito del G8 Ambiente -, sul versante pratico qualche problema ce l'abbiamo anche noi.
 
Secondo i dati del Wwf, che ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri competenti - l'Italia ha un enorme ricchezza di biodiversità. La più grande d'Europa, ma anche una di quelle più a rischio. 
 
Secondo la ricerca condotta insieme a Legambiente, il nostro paese sarebbe un vero e proprio "hot spot" mondiale per la presenza di speci animali e vegetali diverse. Sono oltre 57mila le specie faunistiche presenti di cui l'8,6 per cento endemiche (ovvero esclusive del nostro territorio), e 12.000 le specie di flora, delle quali il 13,5 per cento residenti solamente in Italia.
 
Eppure questo ben di Dio ambientale si sta perdendo, denuncia la ricerca. Attualmente sono a rischio d'estinzione il 68 per cento dei vertebrati terrestri, il 66 per cento degli uccelli, il 64 per cento dei mammiferi, il 76 per cento degli anfibi e addirittura l'88 per cento dei pesci d'acqua dolce. Tra le minacce principali la modifica degli habitat e il consumo del suolo.
 
In Italia oltre 110 chilometri quadrati all'anno, o se preferite 200 metri quadrati al minuto, da ambiente naturale verrebbero, nei modi più svariati, cementificati. Questo provoca, in taluni casi un'alterazione dell'habitat d'intere specie, con conseguenze facilmente immaginabili.
 
Sulla progressiva perdita di biodiversità animali pesano ancora, all'alba del 2010, il bracconaggio ai danni di specie sempre più rare e la caccia eccessiva. Nei prossimi anni avanti di questo passo, avverte il Wwf, rischiamo di perdere specie come l'orso bruno, la lontra, il capovaccaio, l'aquila del Bonelli, la pernice bianca, la gallina prataiola.
 
Vedere un'aquila reale sulle nostre montagne è già una rarità, per la quale val la pena esprimere un desiderio: quello che questi meravigliosi animali non spariscano del tutto. Ne restano una decina di coppie nel Lagorai altoatesino e altre 450 nel resto del paese.
 
Quanto alla flora, la costante conversione del territorio da naturale a cementificato, non favorisce certo l'ambiente e le colture agricole. Un dato per tutti. Alla fine dell'Ottocento nel nostro paese c'erano 8000 diverse varietà di frutta: oggi ce ne sono poco meno di duemila. E il rischio che alcuni tipi particolari di arance, limoni, mele, pere, ciliegie, mandorle, varietà di angurie e meloni spariscano è molto concreto.
 
La standardizzazione delle colture e lo sfruttamento intensivo solo di alcune varietà sono problemi ancora irrisolti. Secondo la Fao, nell'ultimo secolo abbiamo perso il 75 per cento delle colture. Tradotto in soldoni, oggi tre quarti dell'alimentazione mondiale dipende solo da 12 specie vegetali e 5 animali. Frumento, riso e mais forniscono più del 60 per cento delle calorie che consumiamo.
 
Nelle lettere inviate al Presidente della Repubblica, ai Presidenti della Camera e del Senato, al Presidente del Consiglio, ai ministri dell'ambiente, degli esteri e delle politiche agricole, il WWF Italia indica come obiettivo prioritario per il 2010 la definizione in un'apposita Conferenza nazionale, aperta al contributo scientifico delle associazioni ambientaliste e dei maggiori esperti italiani. Da questo punto di vista potrebbero essere preziose la competenza e l'esperienza di enti di ricerca come il Comitato Evk2Cnr che si occupa di ricerca scientifica in alta quota, e che in Himalaya ha già messo in campo studi su ungulati e tahr e sui felini che li cacciano, primo fra tutti il meraviglioso leopardo delle nevi.
 
Far sedere intorno allo stesso tavolo - e soprattutto far dialogare - la scienza e la politica sarebbe già un risultato di grande rilievo. Fermo restando che lo scopo finale è quello di definire una strategia nazionale sulle biodiversità e, di conseguenza, redigere un piano d'azione sostenuto da adeguate risorse economiche. 


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Fabio Giacomelli muore sul Cerro Torre. Portava le ceneri di un altro alpinista

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ALPINISMO

Giacomelli è stato travolto da una valanga su una delle cime più impegnative della Patagonia. Andava in vetta per un omaggio al noto scalatore Cesarino Fava

di LEONARDO BIZZARO

Fabio Giacomelli
Se n'è andato anche lui in montagna, come trent'anni fa era accaduto a suo fratello Gigi. Fabio Giacomelli, cinquantunenne alpinista trentino, è stato travolto da una valanga sul Cerro Torre. Se l'è visto portar via sotto gli occhi il suo compagno di cordata, Elio Orlandi, con il quale stava portando a termine una via nuova sulla parete est del "grido di pietra", com'è chiamata una delle montagne più belle e difficili al mondo, nonostante i suoi appena 3.102 metri. Lascia la moglie, Silvana, e i figli Alessio e Debora.


Non era solo un itinerario tracciato per la prima volta, quello di Elio e Franco. Iniziato lo scorso inverno - l'estate australe, cioè - era stato abbandonato per l'arrivo di una perturbazione a poche centinaia di metri dalla vetta. Ma in un anfratto della roccia i due avevano lasciato un'urna con le ceneri di Cesarino Fava, l'amico di Cesare Maestri che l'aveva convinto nel 1958 a scendere in Patagonia - "c'è pane per i tuoi denti", gli aveva scritto - e poi aveva affiancato lui e Toni Egger nella famosa e contestata spedizione dell'anno seguente. Fava è morto nel 2008 e Orlandi - appassionato frequentatore delle catene patagoniche - ha pensato subito di disperderne i resti dalla montagna del suo destino. Lo ha anche raccontato in "Patacorta", biografia per immagini presentata all'ultimo Festival del cinema di montagna a Trento, il titolo riferito in spagnolo ai piedi del vecchio alpinista "accorciati" dal chirurgo a causa di un congelamento sull'Aconcagua.

Montagna del destino il Cerro Torre per Fava, come lo sono tutte le cime patagoniche per intere generazioni di alpinisti trentini. Per decenni ai campi base si è parlato spagnolo e dialetto trentino, tanti erano gli scalatori che dalle Dolomiti si trasferivano in inverno alla base del Cerro Torre, del Fitz Roy, del Paine. E la migrazione stagionale prosegue. Orlandi, 55 anni, cresciuto sulle pendici meridionali del Gruppo di Brenta, frequenta quelle pareti dagli anni Ottanta e ha aperto alcune delle più belle e difficili vie in Argentina. Giacomelli aveva preso più di recente a frequentare la Patagonia. Alpinista completissimo, aveva cominciato ad arrampicare nel 1975 sulle montagne di casa, prima la Vigolana, poi le pareti della valle del Sarca, a pochi chilometri da Arco, ben prima che diventassero il paradiso dell?arrampicata sportiva. E il Gruppo di Brenta, dove all'inizio degli anni Ottanta era caduto suo fratello Gigi, prima di rivolgere la sua attenzione agli immensi specchi di roccia dello Yosemite (altri due fratelli sono alpinisti: Franco è il marito di Renata Rossi, prima guida donna in Italia, Giorgio è il più giovane, anche lui con la passione delle altezze). Ma nel suo curriculum non mancavano la speleologia - era membro del Soccorso speleologico trentino - il canyoning, le cascate di ghiaccio, la corsa in altitudine, la mountain bike.

Accanto all'attività sportiva, la collaborazione con le aziende di attrezzature per la montagna. Fin da giovanissimo, quando lavorava in un negozio di articoli sportivi e la sera saliva alla palestra di roccia di Trento, ai Bindesi, a provare corde e imbraghi lanciandosi da una parete all'altra. Da diversi anni era il responsabile vendite della Lizard, produttrice di sandali e scarpe per l?escursionismo, e consulente per la ricerca e lo sviluppo. Così, sul sito dell'azienda, ha chiuso di recente il racconto di una salita in solitaria sulla via Maestri del Dain, nella valle del Sarca: "Ebbene sì, yahoooo!!! È finita, non mi sembra vero! Seduto nel bosco sommitale guardo la valle, il fiume che scorre e qualcosa di nuovo frulla già in testa, ma godiamoci questo momento. Scendo e le prime due doppie da 60 metri sono un viaggio nel vuoto. Ripeterla?!? Ma sì, ci penserò. Io la mia via l'ho fatta, il grado c'è, ma non è tutto, i valori sono ben altri, il grado più alto è ciò che mi porto dentro".

  (06 gennaio 2010)
Tratto da :La Repubblica
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Ipotermia: rianimare anche i più gravi

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Rianimare le vittime dell'ipotermia anche nei casi più disperati. Questo il messaggio lanciato nel convegno internazionale sull’ipotermia accidentale tenutosi a Zermatt il 25 settembre scorso, durante il quale un gruppo di medici norvegesi ha presentato il caso della prima paziente salvata dopo essere stata colpita da ipotermia severa cadendo in un corso d'acqua, d'inverno, nella fredda regione di Tromso: quando è stata recuperata, presentava una temperatura corporea di ben 13,7° C.
La donna, il cui caso è stato pubblicato sulla rivista "The Lancet", è una giovane radiologa norvegese, vittima di un’ipotermia profonda, con perdita di conoscenza. E' sopravvissuta grazie all’utilizzo della circolazione extracorporea ed alla tempestività dei soccorsi e delle cure dei medici e dei paramedici che l’hanno salvata da una morte praticamente certa.

Fondamentali, in questo caso, quattro fattori: l’organizzazione dei soccorsi, l’educazione ed il “training” delle persone coinvolte nel soccorso, l’esperienza del team di soccorso e l’effetto che questo caso ha avuto poi negli anni successivi: ha creato infatti un importante precedente, che ha permesso di salvare altre persone colpite da ipotermia severa.

Il convegno di Zermatt, titolato "Second International Symposium on Accidental Hypothermia", è un incontro di aggiornamento che avviene ogni due anni, organizzato dal cardiochirurgo di Ginevra Beat Walpoth in collaborazione con la commissione medica della Cisa-Ikar. Lo scopo è il coordinamento delle ricerche riguardanti l’ipotermia, la condivisione delle varie esperienze nel mondo, una corretta educazione sanitaria sia per i soccorritori che per i medici e per i paramedici che lavorano in ospedale e, per finire, la raccolta dei dati statistici riguardanti un registro internazionale per l’ipotermia che dovrebbe rendersi disponibile anche via web all'indirizzo www.hypothermia-registry.org.

Il fisiologo francese J.P. Richalet ha affermato che i processi di riscaldamento dei pazienti ipotermici richiedono molto ossigeno. Ha parlato infatti della fisiopatologia dell’ipotermia, con particolare riferimento ai rapporti esistenti tra ipotermia ed ipossia, spiegando che spesso la carenza di ossigeno legata allo stare in alta quota è associata all’ipotermia. Ha parlato anche degli effetti terapeutici dell’ipotermia, per esempio, sul sistema nervoso (effetto neuroprotettivo), che comporta un rallentamento del metabolismo del cervello, una inibizione dei processi infiammatori, un rallentamento dello stress ossidativo ed una diminuzione dei processi di necrosi e dell’apoptosi.

Numerosi gli altri contributi, provenienti da ogni parte del mondo. Bruno Jelk e Oliver Reisten hanno parlato degli incidenti in crepaccio, con riferimento agli oltre 400 casi verificatisi nella regione di Zermatt a partire dal 1980. Il medico inglese John Ellerton ha presentato un algoritmo messo a punto dalla Società svizzera di medicina di montagna per i pazienti colpiti da ipotermia severa ed ha parlato della sua esperienza in Inghilterra con pazienti ipotermici. Bruno Durrer ha illustrato i vari ,controversi aspetti del trattamento preospedaliero dei pazienti ipotermici sul terreno. Il francese Emanuel Cauchy ha presentato un video da lui realizzato nel corso di un caso di ipotermia verificatosi nel massiccio del Monte Bianco e ha descritto le due strategie utilizzabili in caso di incidente in montagna con pazienti ipotermici (una casistica raccolta tra il 1988 ed il 1996 a Chamonix): "play and go" ( decisione più metodica ) oppure "scoop and run" (decisione più legata ad un aspetto emozionale) : una grossa controversia non ancora risolta.

Hermann Brugger ha parlato del trattamento medico delle vittime da valanga sulla base della sua esperienza tra il 1987 ed il 2007. Il francese Xavier Ledoux ha descritto i vari sistemi utilizzati per rilevare la temperatura corporea nei pazienti ipotermici (termometro epitimpanico e sonda endoesofagea).

Una parte importante del convegno è stata dedicata al trattamento ospedaliero e della fase di riscaldamento dei pazienti ipotermici. Peter Paal ha parlato dell’utilizzo di metodi non invasivi per riscaldare i pazienti ipotermici. Il cardiochirurgo Khabiri di Ginevra ha presentato una comunicazione circa l’utilizzo della circolazione extra-corporea per il riscaldamento delle persone colpite da ipotermia.

Il cardiochirurgo italiano Faggian dell’università di Verona, e altri colleghi, hanno parlato delle prospettive della ricerca sull’ipotermia.Importante il messaggio lanciato dal convegno, che incoraggia medici e soccorritori a portare avanti un nuovo tipo di educazione sanitari , che prevede di rianimare le vittime dell’ipotermia anche nei casi più disperati. Sempre fondamentale il discorso della prevenzione.
Giancelso Agazzi
Commissione Medica Cai Bergamo

tratto da: www.montagna.org


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