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    Gite in montagna

    Da una tranquilla passeggiata attorno un lago di montagna ad un’escursione più faticosa su una cima a quota di 3.000 m fino a raggiungere le arie sottili dei 4000.... Tutto questo è andare in montagna

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    Ambiente

    Il nostro pianeta, il riscaldamento globale, la lotta al cambiamento climatico, i ghiacciai a rischio, l'innalzamento dei mari.

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    "Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea."

      Tiziano Terzani

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I MIELI DI ALTA MONTAGNA - Un Presidio Slow Food

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Il progetto dei Presìdi italiani di Slow Food nasce dieci anni fa per favorire la tutela della biodiversità, dei saperi produttivi tradizionali e dei territori, oltre che per stimolare nei produttori l’adozione di pratiche produttive sostenibili, e aiutarli a sviluppare anche un approccio etico (giusto) al mercato.
Attualmente i Presìdi sono 193 e coinvolgono oltre 1300 piccoli produttori in tutta Italia, riuniti in associazioni che assicurano il rispetto delle regole esercitando un severo controllo sui propri associati: contadini, pescatori, norcini, pastori, casari, fornai, pasticceri.
Molte di queste realtà produttive si trovano in territori di montagna, cosa che valorizza ulteriormente il lavoro di questi produttori, se si tiene conto anche dell’importante ruolo che questo riveste nella tutela e nel mantenimento di un territorio di per sé fragile, e comunque lontano dai grandi investimenti economici della pianura.
Tra i Presìdi Slow Food che interessano i prodotti e i territori di montagna, vi segnaliamo quello dei mieli di alta montagna.
Riportiamo di seguito la presentazione che ne dà Slow Food:
Miele di rododendro, miele di millefiori e melata di abete: sono questi i tre mieli dell’arco alpino. Produzioni difficili: una buona stagione (ogni quattro, cinque anni) offre poche centinaia di quintali.
Soltanto il nettare bottinato al di sopra dei 1200 metri da miele “d’alta montagna”. Per il millefiori le piante coinvolte sono davvero tante: rododendro, campanula, lupinella, trifoglio, lampone, timo serpillo… È un prodotto splendido e delicato, sempre diverso, da zona a zona e da un anno all’altro. La melata d’abete non si fa tutti gli anni. Le api si nutrono del liquido resinoso prodotto dagli afidi alimentati a loro volta dalla linfa dell’abete bianco. Il sapore è maltato, caramellato, aromatico, con note resinose di fumo. Il miele di rododendro ha un nome evocativo e proviene da una pianta molto bella e conosciuta. Fresco e raffinato, è particolarmente raro e prodotto quasi esclusivamente nel nostro Paese.
La melata di abete ha colore molto scuro, quasi nero, con una leggera fluorescenza verdastra. L’odore è leggermente resinato e può ricordare il legno bruciato e lo zucchero caramellato. In bocca è meno dolce dei mieli di nettare e ha note di malto e di balsamico.
Il miele di rododendro e il millefiori di alta montagna sono freschi e raffinati. Entrambi hanno colore molto chiaro, che diventa bianco nel prodotto cristallizzato. Al naso e in bocca sono delicatissimi, con un leggero aroma che può ricordare la marmellata di piccoli frutti.
Nell’abbinamento con i formaggi il miele non deve essere cristallizzato (nel caso immergete il barattolo a bagnomaria in acqua tiepida permettendone la liquefazione). La melata, intensa e balsamica, regge bene formaggi di media stagionatura; il miele di rododendro e il millefiori – più dolci – accompagnano meglio formaggi piccanti: pecorini molto stagionati ed erborinati non troppo potenti.
[...continua sul sito ufficiale dei Presìdi Slow Food...]

Tratto da:



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Monte Crammont (Tête di Grand Mont) - (2737 m) - Valle di La Thuile - (IT)

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Lasciata l'auto nel piccolo parcheggio del villaggio di Torrent, prendere sulla destra (freccia gialla sullo spigolo di una casa) il sentiero che passa in mezzo alle case. Dopo poco si incontra sulla sinistra il sentiero (contrassegnato dai numeri 3-6) che si inoltra nel bosco di latifoglie. Si giunge alle baite di Quiedroz Desot, si lascia a destra il sentiero (6) e si proseguea sinistra sul sentiero (3) fino alle baite di Chamossin (1564m); e proseguendo a sinistra si incontra poco dopo la strada (asfaltata) che sale da poco prima di Torrent (divieto) verso l'alpeggio di Chanton. Svoltiamo a destra e qualche metro dopo, sulla sinistra, ritroviamo il nostro sentiero; incrociamo nuovamente la strada, ma proseguiamo sul ritrovato sentiero nel bosco di larici. Arriviamo all'alpeggio di Chanton a quota 1.823 m. Qui termina il bosco per far spazio ad ampi pascoli. Proseguiamo lungo la strada poderale (asfaltata) che diventa sterrata dall’alpeggio di Miallay. Dopo alcuni tornanti troviamo una palina sulla destra. Qui è possibile scegliere due percorsi: proseguire a destra sul sentiero (3) oppure continuare ancora sulla poderale sul segnavia (3A). Decidiamo di fare il giro salire dal sentiero (3) e scendere dal sentiero (3A).
Proseguiamo quindi sul (3) che ci porta prima al Mont de Nona (bel panorama, se non fosse stato guastato dalle nuvole) e poi percorrendo per intero il lungo crinale su ampie praterie fino in vetta del Crammont (considerare 1h30'-2h dal Mont de Nona). Qui il sentiero si fa più ripido e più faticoso.
A quota 2500 m circa si incrocia il segnavia (3A) (palina solitaria) che arriva da Plan Praz.
Eccoci quindi giunti in vetta, passando dall'anticima dove troviamo la statua di una Madonna. Dalla statua occorre camminare per cinquanta metri, raggiungendo così la cima escursionistica, dove è posta la tavola orientativa.
La vera cima del Crammont è ancora cento metri più in là, in direzione sud-ovest, difesa da una cresta fatta di passaggi alpinistici, magari non eccelsi, ma fuori portata per il camminatore. Chi vuol cimentarsi sappia che in pochi passi si trova sospeso sopra le voragini che sprofondano lungo i due versanti. Veramente esposto quello in direzione La Thuile. Sono circa 500 metri di salto: in basso, ben visibili, i lontani prati del vallone sottostante la parete. Oggi il magnifico panorama è un Optional a causa delle nuvole ma speriamo che le nuvole si diradino un po’ per concederci un di quel magnifico panorama che questo balcone può offrire. Mangiamo. Inizia a nevischiare. Decidiamo discendere. La discesa può avvenire attraverso lo stesso itinerario di salita oppure, al bivio sotto il Crammont (2500 m - palina) prendere a destra il sentiero (3A), che porta su comodo sentiero all'alpe Plan Praz (noi scegliamo questa via) e da qui al sentiero dell’itinerario di salita.



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Tête Blanche de By (3418 m) - Rifugio F. Chiarella all'Amianthe (2979 m) - Valle di Ollomont - (IT)

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Partiamo da Torino, sono circa le 5 del mattino, alla volta di Ollomont, una valle laterale della Valpelline (Val d’Aosta), per la precisione verso la frazione di Glassier.

Sono le 6:45, il sole deve ancora sorgere. Accendiamo le lampade e ci prepariamo sperando che la luce dell’alba ci accompagni già dai primi passi. Tutto ciò non accade. Con le nostra pile acese partiamo alla volta della Conca di By. Dopo circa un’ora e, con la luce dell’alba , raggiungiamo la vasta conca di By.
Superato un primo alpeggio, percorriamo un breve tratto lungo l'interpoderale, quindi svoltiamo a destra, in direzione di un primo ampio anfiteatro erboso. Il sentiero, dopo essere penetrato a lungo nella profonda conca, va verso NE, oltrepassando un gruppo di baite di recente ricostruzione, quindi transita ai piedi della grande testa rocciosa, denominata Punta Ratti, sostenuta dall'Arête de la Grande Maison, il cui prolungamento orografico separa il bacino dell'Amiante dalla detritica cupola della Tête Blanche.
Aggirata completamente la base rocciosa della Punta Ratti, il sentiero, sempre erboso, si inerpica su di un muro verde il cui limite superiore è una parete di sfasciumi. Qui si incomincia a accumulare nelle gambe metri di dislivello con maggior fatica, anche se i primi frutti dell'investimento danno morale: splendida visuale sui Molari di Valsorey e prima avvisaglia della calotta ghiacciata del Mont Velan. Il lago di By e la Conca sono sempre più distanti ...
(Nella parte in ombra si iniziano a incontrare le prime chiazze di neve/ verglace che rendono la gita gita più interessante ma anche più preoccupante pensando al passaggio chiave  sulla Arête de la Grande Maison).
Quando l'erba lascia il posto ai primi sfasciumi significa che siamo ormai nei paraggi del passaggio attrezzato che porta al rifugio Amiante/Chiarella curioso distaccamento di un CAI “marittimo”(CAI sezione di Chiavari). Questo breve tratto, servito da una corda metallica, non rappresenta nè difficoltà aggiuntiva, nè un pericolo (tratto al sole e ben asciutto). Si può procedere percorrendo in pieno relax gli ultimi metri per il rifugio (2.979m., 4h00min) . Guardando verso la parete e la cima si vedono grosse chiazze di neve. Facciamo una piccola sosta.
Dopo un piccolo spuntino ripartiamo seguendo le tracce e gli ometti che portano alla punta. Ora  che siamo giunti su questa specie di suolo lunare, guardando verso la Tête Blanche, prendiamo come riferimento il lungo salto roccioso che delimita la semisfera orientale dell'altopiano di Amiante. La neve sul nostro cammino inizia ad aumentare fino a farci indossare i ramponi. Siamo sul passaggio chiave. Più che un passaggio troviamo un muro che precipita per più di cento metri. Proviamo a passare ma la stanchezza psicologica e la neve marcia che abbiamo trovato durante gli ultimi metri di salita ci fanno pensare che è meglio rinunciare e andare a goderci questa frizzane giornata autunnale nell’ormai chiuso Rifugio Amiante. Dopo un lauto pranzo e le foto di rito iniziamo a scendere con un po’ di rammarico per la gita non completata ma principalmente per lasciare un balcone sulle Alpi così bello.
Grazie ad Alberto per la bella gita fatta insieme.


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Punta Fourà ( 3411 m) - Valle dell'Orco-Valsavaranche - (IT)

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Dal termine della strada transitabile del Nivolet (sbarra), si scendiamo nel piano omonimo lungo il sentiero che porta Pont Valsavaranche, lasciandolo appena passato il costone discende da Punta Violetta. Puntiamo verso est. Risaliamo i piani e i valloncelli bagnati dai rii di Ferauda, seguendo tracce di sentiero e ometti ambigui. A questo punto i terreno si fa sempre più morenico, sino ad uscire sul colle di Ferauda 3026 m, situato tra la nostra Punta e la Punta Violetta. Proseguiamo in direzione dell'evidente Colle di Punta Fourà, scendendo nella conca dell'ex-ghiacciaio, e risalendo su terriccio e grosse pietre instabili l'ultimo pendio che porta al colle. Da qui si seguiamo una traccia abbastanza marcata e segnata da numerosi ometti che risale la cresta nord-ovest.

Dal colle alla punta c’erano alcune chiazze di neve che mi ha un po’ scoraggiato a causa del ghiaccio presente sulle roccette prima della cresta finale. Bellissima gita e bel panorama dal colle sia sul versante del Rifugio Vittorio Emanuele sia verso la Basei e Tau Blanc.

Grazie ad Alberto per la bella giornata trascorsa.


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