Una notte di festa al Museomontagna di Torino con l’apertura straordinaria dalle ore 19,00 del 16 marzo alle ore 1,00 del 17 marzo 2011, visite alle sale espositive e alle mostre temporanee accompagnati dalla musica degli Acabaires.
Questo nome significa in occitano “gli animatori della festa”. Il gruppo, di recente formazione, ha voluto mettere insieme tre elementi classici della musica occitana per proporre un repertorio da ballo con gli strumenti più classici della tradizione: la ghironda e l’organetto.
Il loro repertorio spazia tra tutte le danze del vasto territorio occitano, dalle vallate cuneesi e torinesi fino a quelle basche nei Pirenei. Per le vallate italiane le principali sono: le courente, caratteristiche delle valli e la gigo, che si è conservata in val Varaita e in val Po; per il centro-sud della Francia la bourrée, il rigaudon, il rondeaux, lo scottish, il congo; infine per la regione dei Pirenei il carneval de lanz e il fandango.
Per informazioni: www.museomontagna.org
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Questo nome significa in occitano “gli animatori della festa”. Il gruppo, di recente formazione, ha voluto mettere insieme tre elementi classici della musica occitana per proporre un repertorio da ballo con gli strumenti più classici della tradizione: la ghironda e l’organetto.
Il loro repertorio spazia tra tutte le danze del vasto territorio occitano, dalle vallate cuneesi e torinesi fino a quelle basche nei Pirenei. Per le vallate italiane le principali sono: le courente, caratteristiche delle valli e la gigo, che si è conservata in val Varaita e in val Po; per il centro-sud della Francia la bourrée, il rigaudon, il rondeaux, lo scottish, il congo; infine per la regione dei Pirenei il carneval de lanz e il fandango.
Per informazioni: www.museomontagna.org
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Quest’oggi MountainBlog si occupa di un grande protagonista del panorama della montagna, che nonostante il suo elevatissimo livello è rimasto sempre un uomo “normale”, senza darsi arie e senza pavoneggiarsi. Si tratta di una persona capace di inventarsi e reinventarsi per sondare ogni angolo di ciò che è natura, con fantasia, senza peso, eppure con grande profondità ed equilibrio.Cristian Brenna, classe 1970, nato a Bollate nella periferia milanese, oggi residente nella magnifica Arco, uno dei paradisi europei per chi ama il verticale.
Gli abbiamo domandato “dove vivi?” e lui di rimando ci ha risposto: «per lavoro passo molto tempo a Edolo in Val Camonica, nei week-end cerco di girare il più possibile quindi sono uno abbastanza nomade; passo un sacco di tempo a preparare borse, scaricare e caricare il furgone, la mia casa preferita».
Da quando vai in montagna?
Praticamente da sempre, da piccolo passavo l’estate in valle d’Aosta, per la precisione a Nabian una piccola frazione di Challand Saint Victor, all’inizio della Val d’Ayas. Qui ho cominciato con mio fratello e i miei genitori a fare escursioni, girando un po’ tutta la valle, durante il mese d’agosto quando c’erano anche i miei riuscivamo a fare anche venti-venticinque gite in un mese. Poi quando sono cresciuto un po’, ho cominciato a fare qualche ferrata fino a quando non ho scoperto l’arrampicata.
Come hai iniziato?
Ho iniziato quasi per caso frequentando la sezione di Bollate del CAI, qui c’erano quattro ragazzi, Virgilio, Pier, Claudio e Fausto che già arrampicavano; con loro ho provato a fare le mie prime arrampicate.
Da quanto pratichi l’arrampicata?
Quando ho cominciato era la metà degli anni ottanta, ma sono diventato un arrampicatore assiduo solo nel 1987, da quel momento ho solo praticato l’arrampicata e ho abbandonato definitivamente tutti gli sport che avevo praticato prima. Da piccolo ho giocato a baseball e fatto ginnastica artistica, in seguito ho fatto un po’ di corsa e sci nordico, facendo qualche garetta della prima e più per diletto il secondo, fino alla successiva folgorazione per l’arrampicata.
E l’alpinismo?
L’alpinismo è una attività che ho sfiorato da piccolo, anche se si trattava più che altro di escursionismo impegnativo, ho salito il Castore verso i quattordici anni, poi quando ho cominciato ad arrampicare ho fatto qualche via classica nel lecchese; verso l’inizio degli anni novanta quando ho cominciato a partecipare a competizioni di arrampicata sportiva, ho definitivamente abbandonato la montagna, salvo qualche sporadico episodio, fino al 2005, quando ho smesso di fare gare. In realtà quando con Marzio sono stato al “Caporal” per Itaca nel Sole nel 2003, mi è tornata la voglia di fare qualche cosa in montagna, ma gli impegni delle gare, visto che ero un professionista pagato della Guardia di Finanza, hanno prevalso.
È il tuo mestiere?
Dal 2005 quando ho smesso con le gare di arrampicata, ho partecipato al corso interno della Guardia di Finanza per diventare tecnico di soccorso alpino, così dal 2006 faccio questo bellissimo lavoro che mi permettere di vivere la montagna 365 giorni all’anno a 360°. Quindi non posso definirmi un alpinista professionista, perchè non posso gestire il mio tempo come più mi piace, pianificando ogni mio progetto come voglio e quando voglio, d’altro canto però posso comunque passare le mie giornate facendo dell’alpinismo, quando non impegnato in azioni di soccorso, perchè come militari dobbiamo comunque tenere un livello accettabile in ogni tipo di terreno dove operiamo e con qualsiasi condizione meteo.
Al massimo quanto ti sei allenato?
In quindici anni di attività agonistica, mi sono sempre allenato tantissimo; la quantità però è variabile a seconda del periodo e del tipo di allenamento che uno svolge. Comunque il momento di maggior allenamento è quando lontano dalle gare si fa “volume”, cioè si mettono le basi per poi poter fare degli allenamenti qualitativi per tutto il resto della stagione, in questo periodo non si può pensare a realizzare, perchè i muscoli sono pieni di acido lattico; io normalmente mi allenavo tutti i giorni, alternando trave, muro, falesia, pesi e attività aerobica; arrivavo anche a fare tre sedute di allenamento in una giornata.
Quanto ti alleni ora?
In questi ultimi due anni avevo altri progetti e non mi sono dedicato molto all’arrampicata, comunque mi sono sempre allenato in altre discipline appartenenti al mondo della montagna; adesso che sono un po’ più libero ho ripreso ad allenarmi un po’per la scalata. Niente a che vedere con quello che facevo prima, sto solo cercando di tornare ad un livello di arrampicata che mi permetta di risolvere qualche progetto che ho per la testa.
Quali sono le tue migliori prestazioni?
In arrampicata sportiva penso che una delle mie migliori giornate sia stata al Covolo, falesia del vicentino dove sono riuscito a salire Nagay 8c al secondo giro e poi risolvere a vista Ghegori 8b/b+, anche se ho avuto giornate dove ho salito più di tre o quattro vie di otto e tutte a vista, prestazioni che comunque vedendo il livello di adesso fanno solo sorridere.
Che ci puoi dire di Mortal Kombat?
Una bella giornata di arrampicata con i miei migliori amici, un ambiente rilassato, vento e sole, con la ciliegina sulla torta con la salita a vista di questa bellissima via, ai tempi una prestazione di livello mondiale, visto che prima di me solo Elie e Yuji avevano salito una via della stessa difficoltà e nello stesso stile.
Hai scalato in Italia? Europa? Extra-Europa?
Ho arrampicato in molti posti, per me viaggiare era un obiettivo primario nel mio modo di vivere l’arrampicata, così ho avuto la fortuna di conoscere tantissima gente di culture diverse e capire che alla fine non si è mai così diversi da come si è portati normalmente a credere.
Hai aperto vie?
In falesia non ho mai chiodato una via, e adesso un po’me ne pento, perchè una via da te aperta resta per sempre, mentre ripetere delle vie prima o poi finisce nel dimenticatoio e nessuno se ne ricorda.
In montagna ho aperto tre vie, tutte e tre completamente diverse una dall’altra. La prima è stata Up & Down in Pakistan nella Chogolisa Valley, in compagnia di Luca, Hervè e Checca. La via è stata chiodata in maniera mista, protezioni tradizionali, chiodi e qualche spit, dopo una decina di giorni sono riuscito a salirla completamente in libera, 800 mt di via fino al 7c. La cosa più difficile però non è stata salirla in libera, ma imparare in fretta a proteggersi e chiodare bene, per non rischiare di schiantarsi da qualche parte. Poi è arrivato il Piergiorgio…
La salita al Piergiorgio è stato qualcosa di veramente impegnativo e coinvolgente, perchè la Patagonia è una terra estrema, dove tutto è estremo, quindi un posto che si ama o si odia, perchè mette di fronte ai propri limiti, te li sbatte in faccia come un forte schiaffo. Noi ci siamo innamorati di questo posto e di questa parete, per riuscire a salirla siamo tornati per ben due anni di fila. La Ruta de lo Hermano è una via di mille metri, su roccia sempre di non ottima qualità, la progressione è risultata quasi sempre in artificiale, su placche lisce o “extended flake”, che sono delle lame di roccia molto sottile, che si espandono quando qualcuno le sollecita rendendo le protezioni che si piazzano di dubbia tenuta. Io non mi ero mai trovato ad arrampicare su un terreno del genere, quindi devo ringraziare Giò e Hervè che hanno fatto la parte più “sporca” del lavoro.
Abbiamo risolto uno degli ultimi problemi della Patagonia, grazie anche ai Ragni di Lecco che ci hanno sostenuto in tutti e i due anni di tentativi; questa parete aveva ricevuto assalti già dal 1995, proprio dal “ragno” Casimiro Ferrari. Negli anni si sono susseguiti i tentativi, sia sulla linea scelta da Casimiro, sia su altre linee, di cui un tentativo molto riuscito è quello di Maurizio Giordani e Luca Maspes che avevano salito quasi tre quarti di parete.
Che cosa puoi dirci dell’India?
Dopo il Piergiorgio nel settembre dello stesso anno, la Guardia di Finanza ha organizzato una spedizione alpinistico/esplorativa nella Miyar Valley, nell’Himachal Pradesh indiano. L’idea era quella di raccogliere materiale fotografico e fare qualche nuova salita nelle valli laterali della Miyar. Io in questa occasione ho arrampicato con Massimo Da Pozzo, dopo un giro di esplorazione ci siamo concentrati su un obiettivo nella Jangspar Valley, una valle a circa dodici ore dal campo base. Purtroppo il maltempo e la perdita di un po’ di materiale sotto una frana ci ha fatto ridimensionare il nostro obiettivo, essendoci giocati tre giorni di bel tempo per tornare al base a recuperare il materiale perso. Alla fine abbiamo salito una cima inviolata, con una bella via di 800 mt. di difficoltà classiche. Nell’insieme una gran bella avventura in un posto che ha tanto da offrire alpinisticamente parlando.
Che progetti di scalata hai per il futuro?
Quest’anno vorrei tornare ad arrampicare ad un certo livello, mi piacerebbe riuscire a ripetere qualche bella via in giro per le alpi, poi il prossimo anno vorrei tornare a fare qualche spedizione.
Sei recentemente diventato aspirante guida alpina: che progetti a riguardo?
Fare i corsi guida è stata un esperienza molto interessante, tutti mi prendevano per il culo dicendomi sempre “beato te che sei forte a scalare e non hai problemi”, in realtà il corso è molto impegnativo, perchè bisogna avere un buon livello in tutte le discipline, quindi allenarsi sodo per ogni modulo, e abituarsi a ragionare che legato con te non hai un amico di cui ti fidi ciecamente. Il corso comunque ha cambiato il mio modo di approcciarmi alla montagna, adesso sono molto più preparato e molto più a mio agio in ogni situazione; la ciliegina del corso è stato avere dei compagni d’avventura fantastici, con i quali è nato un ottimo feeling, rendendo questa esperienza qualcosa di indimenticabile.
Fare i corsi guida è stata un esperienza molto interessante, tutti mi prendevano per il culo dicendomi sempre “beato te che sei forte a scalare e non hai problemi”, in realtà il corso è molto impegnativo, perchè bisogna avere un buon livello in tutte le discipline, quindi allenarsi sodo per ogni modulo, e abituarsi a ragionare che legato con te non hai un amico di cui ti fidi ciecamente. Il corso comunque ha cambiato il mio modo di approcciarmi alla montagna, adesso sono molto più preparato e molto più a mio agio in ogni situazione; la ciliegina del corso è stato avere dei compagni d’avventura fantastici, con i quali è nato un ottimo feeling, rendendo questa esperienza qualcosa di indimenticabile.
Per adesso continuo il mio lavoro di tecnico del soccorso alpino della Guardia di Finanza, poi in futuro chissà, un giorno se divento veramente bravo, magari mi piacerebbe diventare un istruttore delle guide, e mettere a disposizione degli altri le mie esperienze.
Diventare papà è qualcosa di unico, ti cambia la vita, in meglio. È inutile cercare di trasmettere le proprie emozioni nel diventare padre, tutti cercano di farti capire quanto sia bello e appagante e di come ti riempie la vita, ma in realtà è molto di più, un esperienza che fino a quando non vivi in prima persona non puoi comprendere realmente.
Come cambia la vita di uno scalatore?
Posso dirti che se sei capace di organizzarti ti cambia la vita solo in meglio, io mi sono dedicato meno all’arrampicata perchè ero motivato a raggiungere altri obiettivi non perchè non avevo tempo, infatti sono riuscito a diventare aspirante, inoltre mi sono innamorato dello sci fuoripista e ho dedicato molto del mio tempo libero a questa nuova passione. Comunque passo tutti i week end in falesia con Jana, scaliamo con amici e ci alterniamo a giocare con Sofia, che giustamente richiede molta attenzione, perchè è una piccola esploratrice che deve imparare a conoscere il mondo.
Come vedi il futuro dell’arrampicata?
L’arrampicata è uno sport ancora relativamente giovane, quindi penso che il livello crescerà ancora di molto, quello che Adam ci sta facendo vedere adesso, penso sia solo un antipasto di quello che succederà in futuro.
E dell’alpinismo?
Penso che la strada sia già segnata, salite in stile alpino sempre più tecniche in posti remoti, oppure nuove vie sempre in questo stile sui giganti dell’Himalaya.
Cosa ne pensi del trad climbing?
Il trad è sempre esistito, adesso penso che sia più una cosa alla moda, non penso che in Italia prenderà molto piede, sopratutto per la roccia che abbiamo, la maggior parte è calcare, roccia molto difficile da proteggere con protezioni amovibili; in Italia poi non abbiamo la mentalità dei paesi anglosassoni o dell’est Europa nel proteggere la roccia, viviamo l’arrampicata in maniera molto più consumistica.
E dei movimenti che si stanno sviluppando a riguardo?
L’unica cosa di cui sono a conoscenza è la questione di Cadarese, del quale ho letto qualcosa, anche se li non ho mai arrampicato. Per come la penso io posso dirti che sarebbe bello che ci fosse un posto dove praticare il “trad” senza avere degli spit di fianco. Ma come ho detto prima, quanta gente è realmente interessata a questo tipo di arrampicata? La mentalità che sta prevalendo nel nostro paese è quella di arrivare in una nuova falesia e salire il maggior numero di tiri, basta andare in una qualsiasi falesia per vedere gente che parte con tre rinvii già passati, si mette qualche fettuccia lunga dove c’è qualche passaggio obbligato, e si segna tutti gli appigli e gli appoggi per essere sicuro di non dimenticare niente.
Figurati se c’è tempo per capire anche dove piazzare le protezioni…
Christian Roccati
Blog MB: www.mountainblog.it/christianroccati
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Trasmettere e attualizzare il sapere antico dell’uso delle erbe di montagna: questo è il principale obiettivo del progetto 'Les Racines du Goût', promosso dalla Regione autonoma Valle d'Aosta (capofila l'Assessorato Istruzione e Cultura con il Comune di Jovençan e la Fondazione Grand Paradis come partner), dal Dipartimento francese della Alta Savoia (partner Association Paysalp) nell'ambito del Programma di cooperazione territoriale transfrontaliera Alcotra 2007-2013. Il centro d'interpretazione è stato interamente concepito da un gruppo di giovani che hanno lavorato sotto la supervisione di un comitato scientifico - composto da esperti professionisti e universitari, incaricati di stabilire le modalità d'attuazione delle diverse iniziative e di garantirne la qualità, elaborando, nel contempo, una formazione-azione - che si è occupato della ricerca, della progettazione dell'allestimento, dei contenuti e dei giochi che sono proposti nella struttura.
«La Maison des anciens remèdes - secondo l'assessore regionale alla Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, Laurent Vierin - costituisce una sorta di scrigno nel quale sono conservati i saperi e le conoscenze dei nostri avi, dai segreti per la conservazione degli alimenti alle ricette di antichi rimedi, trasmessi oralmente, da una generazione all'altra». Il centro accoglierà in un primo momento le scuole della regione per le visite didattiche e aprirà in occasione della Settimana regionale della Cultura, dal 9 al 17 aprile. Dal 18 aprile sarà ufficialmente accessibile al pubblico.
a cura di Oriana Pecchio
Tratto da:
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Ernesto Dotta, Erne per gli amici, il “Duca” per gli ammiratori, è un montagnardo nato nel ’56, ai Piani di Celle Ligure, in quel di Savona. Come lui sottolinea …«è importante la frazione perchè c’era un forte senso di appartenenza ai tempi. Ricordo ancora bene le sfide a calcio tra quartieri, su un polveroso campo triangolare, (nel vero senso geometrico)… posto davanti alla Parrocchia di Celle “Paese”».

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Se chiedete ad Ernesto se lui è sia o meno alpinista esperto o conosciuto, come altri amici comuni di Mountain Blog… si farà una risata! Ma cosa fa e dove vive oggi Ernesto?
«Sempre a Celle Ligure e mi sono pure sposato una (ex)ragazza, indovina un po’…di Celle».
Tutto ciò ci riporta, apparentemente, ad un frequentatore della montagne come tanti altri, uno di quelli che vive la sua passione, nel flusso degli eventi. In realtà il signor Dotta è soltanto una persona molto, molto umile, un apritore di vie che ha scalato ovunque in Italia, battendo il terreno della scoperta in gran parte d’Europa.
Il suo è un fare silenzioso, in armonia con la natura. Non vi è gran posto per le persone silenti come Ernesto, nelle testate giornalistiche che vanno per la maggiore, salvo qualche timida comparsa, celata nel mucchio di pagine riguardanti il mondo lontano che nessuno di noi frequenterà mai. Eppure, migliaia di arrampicatori oggi scalano grazie alle creazioni di Erne, che zitto zitto, continua a progettare e dipingere linee sulla roccia, con amore e grande impegno, senza mai chiedere nulla in cambio.
Da quando vai in montagna?
Da sempre…; diciamo fin da piccolo
Come hai iniziato?
Con mio padre; prima semplici escursioni, poi vie normali, poi qualche semplice scalata… Ma tra i ricordi ci sono anche intere settimane passate nei rifugi, allora quasi sempre incustoditi.
Da quanto pratichi l’arrampicata?
…da quando scalavo i massi erratici durante i giorni solitari nei rifugi da ragazzino.
La vera arrampicata è cominciata tardi, si può dire, prima era un andar per monti e creste, forse un po’ …”inconsapevole”
La vera arrampicata è cominciata tardi, si può dire, prima era un andar per monti e creste, forse un po’ …”inconsapevole”
Com’è cominciato tutto?
Ufficialmente, con un corso del CAI di Savona
Hai fatto anche alpinismo?
Cos’è oggi “alpinismo” ??
Diverse normali e non, con amici e qualche volta da solo, anche il Bianco ed alcuni 4000; ma ricordo con grande piacere cime poco conosciute, salite con mio padre o con mia moglie Titti. Alla fine torno sempre lì; mi piace camminare in montagna, assaporarla, entrarci in sintonia.
Diverse normali e non, con amici e qualche volta da solo, anche il Bianco ed alcuni 4000; ma ricordo con grande piacere cime poco conosciute, salite con mio padre o con mia moglie Titti. Alla fine torno sempre lì; mi piace camminare in montagna, assaporarla, entrarci in sintonia.
Quando hai iniziato ad aprire vie e chiodare?
Diciamo dopo il 2000; ma la “pietra miliare” è stata l’apertura dal basso, insieme a Marco (Minu) Minuto, della via “Vecchie Beline”, una salita che ci aveva entusiasmato ma che ci aveva pure dato qualche patema…
Cosa intendi con “qualche patema” ?
La nostra scalata ad un certo punto, e per forza di cose, aveva incrociato un tratto di salita della bella e storica via “Avanzini-Rossa”. Non potevamo far altro, seguendo la logica della nostra linea, che utilizzare tale tratto. Ma certo la questione ci ha molto fatto discutere e pensare su come agire per evitare uno “sgarbo” ai nostri conosciuti (ed amati) predecessori. Da qui sono nati i nostri personali patemi! …ed in parte anche il nome poi dato alla via.
Quante vie hai aperto e quante ne hai chiodato?
….ehhmm, sono una frana nel ricordare o catalogare il “quanto”! Dai buttiamo lì senza voler esagerare; una quindicina di vie lunghe più una settantina almeno di monotiri… ma in testa c’è ancora qualcosina!
Come puoi descriverci la parete nord della Rocca di Perti in quel di Finale?
Sono sempre stato attratto dal suo regale isolamento e dal suo aspetto severo; ma solo ben dopo averne salito le diverse vie ho “osato” avvicinarmi in modo diverso…
Era, ed è ancora, un luogo appartato dove trovare spazi e silenzi, ma dove nel contempo erano passati molti scalatori “raccontando” varie storie…
Ora la Nord di Perti ha forse un nomea meno “arcigna”, ma le storie rimangono, anzi si sono moltiplicate in questi ultimi anni; stà agli arrampicatori, se vogliono, conoscerle e approfondirle, perchè ne vale la pena se si vuole scalare sulla sua roccia con una diversa consapevolezza
Era, ed è ancora, un luogo appartato dove trovare spazi e silenzi, ma dove nel contempo erano passati molti scalatori “raccontando” varie storie…
Ora la Nord di Perti ha forse un nomea meno “arcigna”, ma le storie rimangono, anzi si sono moltiplicate in questi ultimi anni; stà agli arrampicatori, se vogliono, conoscerle e approfondirle, perchè ne vale la pena se si vuole scalare sulla sua roccia con una diversa consapevolezza
Come puoi descriverci il monte Castellaro? Quali peculiarità e pregi?
È, in piccolo, la quintessenza dell’Appennino Ligure e delle sue rocce; un luogo al confine tra il mare e la montagna. Le sue pareti ospitano ad oggi una quantità di vie e monotiri che consentono a molti di cimentarsi in sufficiente sicurezza in un ambiente rilassante.
Che cos’è “Nonno Dino”?
Era… una bella scoperta fatta in compagnia di mio padre, nel gennaio del 2004.
Rimane.. una bella via di scalata nel cuore del versante nord della Rocca di Perti
Rimane.. una bella via di scalata nel cuore del versante nord della Rocca di Perti
Chi era Secondo Dotta? [Padre di Ernesto]
Un Uomo, prima di tutto; certo ha vissuto in un periodo difficile, come tanti nostri anziani, che lo ha segnato e costretto a crescere in fretta, ma in lui è sempre rimasta viva la voglia di ”stare in montagna” con gli amici. Dino ci ha insegnato ad accontentarci delle cose semplici, ci ha permesso di “vedere la Montagna”….
Alla sua “ultima salita” sull’amato M. Antoroto lo hanno accompagnato un gruppetto di amici nel giorno del suo (mancato) 80 compleanno il 31 luglio 2008.
Alla sua “ultima salita” sull’amato M. Antoroto lo hanno accompagnato un gruppetto di amici nel giorno del suo (mancato) 80 compleanno il 31 luglio 2008.
Che cos’è Via “Attraverso il Fico”?
Ti rispondo citando uno tra i tanti commenti ricevuti al riguardo:
«Via bellissima…la linea del “fico” è molto logica, a tratti spettacolare, quasi sempre di una
verticalità a prova di goccia! I due tiri in fessura poi sono un vero test di inventiva motoria. Un autentico godimento per noi nostalgici della scalata tecnica».
Ma rimane anche una soddisfazione personale nell’averla ideata e salita col solito gruppo di amici, nonché un piacere averla potuta dedicare ad Alessandro Piccinino, proprio grazie al fatto che qualcuno, coi suoi ricordi, mi ha permesso di addentrarmi nella storia della parete.
«Via bellissima…la linea del “fico” è molto logica, a tratti spettacolare, quasi sempre di una
verticalità a prova di goccia! I due tiri in fessura poi sono un vero test di inventiva motoria. Un autentico godimento per noi nostalgici della scalata tecnica».
Ma rimane anche una soddisfazione personale nell’averla ideata e salita col solito gruppo di amici, nonché un piacere averla potuta dedicare ad Alessandro Piccinino, proprio grazie al fatto che qualcuno, coi suoi ricordi, mi ha permesso di addentrarmi nella storia della parete.
La montagna è il tuo mestiere?
Certo che no, ma “l’impronta” che mi ha lasciato dentro è grande…
Lavoro invece in palestra, sia in un Liceo Statale che in una società sportiva di Pallavolo
Lavoro invece in palestra, sia in un Liceo Statale che in una società sportiva di Pallavolo
Hai allenato squadre giovanili di pallavolo portandole a grandi livelli?
Negli ultimi anni mi sono dedicato esclusivamente ai ragazzi; ho allenato nel settore giovanile prendendo “in carico” le squadre di under 13 per accompagnarli fino ai 16/18 anni al massimo. Ho avuto belle soddisfazioni giungendo varie volte alle Finali Nazionali, ma il piacere più appagante è vedere ancora oggi molti (ex)ragazzi divertirsi a giocare …e ricevere sempre da loro un abbraccio e parole di ricordo ed affetto.
Pensi che l’arrampicata possa essere un elemento aggregante per le persone?
Come lo sono diverse attività sportive…ma è certo che se si riesce ad andare un po’ al di là della palestra indoor o della falesia, si sviluppano esperienze più profonde !
Molte persone sostengono che l’arrampicata può generare turismo ecocompatibile tu che ne pensi?
Sono abbastanza d’accordo; ma, a mio parere, devono essere poste delle limitazioni intelligenti, fatte poi rispettare con rigore, se vogliamo parlare di “ecocompatibile”!
Cosa diresti ad un ragazzo che inizia a fare arrampicata?
…vai e divertiti !!
E se inizia a fare alpinismo?
…vai e divertiti, ma metti la canotta di lana !!
Nel senso che distinguo l’arrampicata sportiva, dalla scalata “in ambiente” (su grandi pareti in montagna) e dall’alpinismo; e vorrei sempre che chi inizia lo abbia ben presente!
Nel senso che distinguo l’arrampicata sportiva, dalla scalata “in ambiente” (su grandi pareti in montagna) e dall’alpinismo; e vorrei sempre che chi inizia lo abbia ben presente!
Qual è il futuro dell’arrampicata e quale quello dell’alpinismo?
……è un parere che non mi sento di dare.
Se dovessi,come descriveresti la Montagna d’un tempo?
Forse più mitizzata, ma anche più temuta e rispettata nei suoi valori di territorio.
E quella d’oggi?
Possiamo in modo scontato dire che è più “patinata” e “sfruttata”; ma, in fin dei conti, poi non molto diversa… pur tenendo conto della frequentazione ben più sviluppata di pari passo con l’evoluzione della tecnica e della conoscenza.
Tu hai scalato e camminato in tutto l’arco alpino ed in svariate regioni d’Europa.
Pensando a tutte le centinaia di luoghi che hai visto, a paragone che montagne sono le Alpi Marittime che tanto hai vissuto?
Pensando a tutte le centinaia di luoghi che hai visto, a paragone che montagne sono le Alpi Marittime che tanto hai vissuto?
Le Marittime sono il primo amore… è difficile dimenticarlo, e quale cambiamento porta nel cuore di un ragazzo. Certo la loro non è una bellezza “facile” o “comoda”. Sono un piccolo affascinante mondo; sanno essere selvagge, aspre e dure, così come dolci e imprevedibili.
Rimane il fatto che mi è sempre piaciuto conoscere un po’ più a fondo i luoghi dove scalo o dove cammino, ed in ciò molto ha influito la mia compagna; ci documentiamo e leggiamo storie o leggende dei luoghi, sia prima che dopo esserci passati.
Qual è il futuro delle Marittime?
Speriamo che, unitamente ad un certo sviluppo, esse non vengano stravolte nella loro specificità.
Cosa c’è di negativo nell’attuale mondo delle montagna?
Il continuo tentativo di sfruttamento da parte di alcune lobby, non sempre compatibile con la Montagna stessa e con gli interessi ambientali della collettività.
Cosa c’è di positivo?
Un qualche ritorno alla vita di alcuni luoghi abbandonati, e in alcuni casi uno sviluppo attento alla modernità ma anche alle esigenze dell’ambiente alpino.
Quale il futuro della Montagna?
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